Osip sentiva delle voci. La volta cerulea del cielo colava muco vegetale sull’orizzonte delle conifere. Le voci si facevano sferzanti. Accusavano utilizzando la suadente dialettica del macello. Impossibile scorgerne i corpi. La nebbia sfumava informe dal suolo madido. Il tempo passava attraverso datazioni incerte, le stagioni guaste confondevano le bestie. Osip era stato preso da un uomo senza volto. L’avevano caricato sul corvo. La carta sfrigolava come pelle. Si era accasciato nell’angolo della scocca. Gli sbalzi erano fitte, la vernice della lamiera a vivo si sbucciava scoprendo croste infiammate di ruggine. L’orecchio aveva adattato la propria disfunzione all’epoca. Prima si serviva del contorno, il poeta faceva quel che poteva rimando controcorrente. Osip ricordava che le voci avevano preso a pretesto le maldicenze di quartiere, opinioni di contrabbando nello spaccio d’un sussurro. Le voci lo sollecitavano ad un’attenzione spossante: “E’ veramente cibo quello che ti danno? Non nutrirti di quel liquame!”. Osip voltava il suo cranio verso l’ombra. Le sue larghe orecchie deformate dall’uso presso Darwin e Lamarck coglievano l’umore nelle coppe. Le voci impietose procedevano nel dettato “Quello che ti sta accadendo è reale? E’ colpa tua?!”
Ci sono malati presunti, ombre minute appassionate alle celle che le circoscrivono, ne limitano il raggio. Il signor Periplo era inamovibile. Studiò l’intrico delle arterie e recise le proprie gambe. Non voleva muoversi. Gli infermieri lo deridevano. La sua caparbietà aveva la mestizia di un collegiale spietato e capace. Pallido, collo sottile, qualche dente grigio, non di meno un sorriso elegante – quando rideva. Era stato il corriere di una nota ditta. Odiava muoversi, le nuove vetture, le marce. Fin da bambino, la banda del paese, le cui fila annoverava familiari e conoscenti, lo intimoriva; era come una muta rettile in diretta: la divisa scura, membrane battute, il viscere d’ottone arrotolato nelle dita. Suoni decomposti, sudori e metallo. Cresciuto e arruolato, marce militari in campagne ostili. Tutto questo alimentò l’astio per il movimento. L’ospedale aveva ricompensato quei moncherini con una sedia a rotelle e qualche libro. Si era appassionato all’anatomia, per quanto questa servisse solo a decidere dove incidere. I dottori davano voti nella farsa degli esami. Eppure anche vene, arterie e ventricoli non erano che ulteriori strade. Finiti gli studi e completate le amputazioni, il signor Periplo non volle andare più avanti, né tornare indietro. Rimanere li dove già si trovava. Gli infermieri faticavano fra orifizi e pozze. Stanza e paziente un unico odore stantio, immobile e pesante. Gli ambienti dell’istituto erano risolutivi nello sviluppo della persona! L’aria ferma attutiva i suoni, la finestra era chiusa, fissata da chiodi grossi e cordame. Gli infermieri entravano disgustati. Immobile, la carrozzella incrostata e lui composto, a modo. Un viso di marmo gentile. Esprimeva un unica ed educata richiesta: “Lasciatemi qui, per favore.”.
Non di rado nella rete è facile reperire materiali d’archivio altrimenti inseriti nei palinsesti notturni della Rai. Recentemente, sull’onda di una promozione commemorativa, quello della vecchia 500 è sicuramente uno dei più divertenti e inquietanti allo stesso tempo. Dopo anni di negligenza stilistica la Fiat recupera il suo modello più prestigioso. Cos’è cambiato?
Nel carosello Clara e Pino hanno in sogno una automobile color latte, la moglie di Giovanni vuol fare le gite, il dottore sogna una vettura dalla ripresa scattante, non deve perder tempo agli incroci, mentre Peppino si inoltra nel boschetto con bracco e tetto scoperto. Una limousine, ed ecco, scompare, una, due, tre, quattro, cinquecento. Copula organica, famiglie su tovaglie a scacchi, circondate dai modelli fiammeggianti sul prato. Forse Clara, Pino e la famiglia di Giovanni infine sono riusciti a fare quella gita. Peppino eccitato dalla corsa trema e spara, colpisce qualcuno. Arriva il dottore come una saetta ed esce dalla borsetta lo spettroscopio. Tossisca per favore. Tutti tossiscono, espellono grumi di catrame come pallottole. La marmitta borbotta, la ferraglia unta si riscalda, emana un odore di olio bruciato. I tetti sono scoperti, il sole penetra i sedili di finta pelle, arroventandoli. Se Dio è motore immobile, il suo opposto, la scocca fin troppo mobile, frammentata in frecce e direzioni, versi, marce, non possono essere che moltitudine, quindi demoniache. Se le biciclette sono snelle figure responsabili, le macchine hanno ingombri e scarichi nefasti, pesano. L’uomo sale, mani al volante, ringhia contro i pedoni. I suoi occhi si moltiplicano negli specchietti, eppure ha una furia cieca. Dal finestrino mezzi busti, tozzi, corna e cornetti, teste di santi, gestacci e vilipendio. . L’umano che vi si rinchiude appare terrificante, i suoi occhi si moltiplicano negli specchi, eppure si potrebbe dir di lui che è tutto fatto di furia cieca. Il finestrino spalanca mezzi busti, corna, gestacci, mentre gli occhi e le bocche si corrucciano nel vilipendio. L’auto, disse qualcuno, è acerrima nemica, ostacola il cammino verso i propri passi. Ora, per dovere di giustizia, si dovrebbe anche interpellare il cavallo, che nel giro di un secolo ha perso quanto aveva accumulato in interi millenni di assicurazioni. Il proprietario accarezza ancora la pelle, ma quella dei sedili, così come il rapporto fiduciario continua, malgrado l’aumentare degli incidenti (chissà quanti incidenti a cavallo annoveravano le cronache del passato?!). E cosa dire dei muli, già scarsamente considerati degli anni passati? V’è tutto un popolo di zoccolati inviperiti con la scocca.
Il demone possiede, cosi il guidatore lascia la cassa fuori, sale a casa, batte le flangi sul telecomando, scivolando nei canali di scolo. Davanti scorrono i titoli di testa, lui pensa alla coda, riposta e rettile in un sonno di brina gelata o garage polveroso.
Con l’avvento dell’automobile è aumentato il lembo percorribile, e a fruirne per prime sono state le industrie, poi le gite familiari. In quest’estetica laboriosa dell’alveare manca solo di poter volare (gli scienziati si sono fatti venire l’infarto per coltivare l’arioso sogno che l’uomo serba nel cuore: volare).
La strada dei cieli verso la luce. Come sarà la prossima 500. Quale sarà l’ennesimo spot?. Modello sport, alata. I nipoti di Clara e Pino succhieranno la marmitta come una polposa mammella? Ambiranno all’auto, l’autovolante.“Volante” è il nome del comando su cui l’uomo crede di aver arbitrio, mentre non è che l’ennesimo anello da muso.
“Volante” è anche il nome decoroso e ufficiale della vettura d’ordinanza, quella che nel vicolo sgombera le ombre dei malfattori di nicchia, che propende al vilipendio signorine straniere dalla pelle nera, che ben s’accorda con gli interni dell’auto.
Il cielo, lungi dall’essere affollato (almeno in modo evidente e conturbante, visto che le scie degli aerei corrompono già la patina celeste), è una scatola che aspetta d’esser scoperta, tinta di nero nel brulichio delle vetture volanti. Volenti o no, siamo destinati a carcasse ancor più lucide (chiamatele sportive, cervella, carghi), a diventar mosche che si infastidiscono fra loro e si schiacciano insonni nel grande sogno comune del volo. La palla al centro girerà ancora, gravitando quel che cade: gli escrementi che cedono nelle nostre menti lungimiranti avranno una nuova scocca. Su questa batterà, acida, una pioggia perenne.