Lettera a Oelze 2

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Stanza 2

Vi fu un’era blandamente patologica, un regno primordiale, un giardino. Guadagnava sul caos imperante recinti solidi; al di fuori di essi si estendeva il mondo. L’uomo era malinconico e capriccioso. Stava su un monte roccioso, mangiava noccioline e vedeva le stelle. Dio creava bestie con cui far accoppiare il maschio, questi però era suscettibile. Ogni giorno creava una specie e la spingeva verso il sesso del primo uomo, ma questi fuggiva. Niente! Era il primo uomo e già si atteggiava da prima donna, segno di virili civetterie. Appurata la risolutezza del mentecatto, Dio trasse dal suo seno un coagulo. Ecco la pasta, tope o topoi per avventure galanti ed epopee!La donna, poppe e ventaglietto, era inverosimilmente un essere ancora più volatile. Adamo spremeva l’uccello, conciava pelli d’orse, segnava l’uscio della propria dimora con lische di pesce. Eva, gravida, era lungi dall’essere il ventre fecondo del mondo. Velenosa come una serpe accaniva le nevrosi sugli alberi fruttuosi, strappandone inutilmente i pomi.Eva, la paziente della stanza numero due, era affetta da un raro incrocio. Secondo i medici manifestava appieno la sindrome di Turner. Bassa e tarchiata, un viso livido da primate, un cranio minuto rispetto alla sua fisionomia contorta, una folta capigliatura crespa e nera, salvo qualche ciocca bianca come la neve. La schiena curva e  le pupille scattavano come una preda. No, non cacciava. O istintivi e profondi sorvegliavano ; difendeva il territorio, difendeva qualcuno. Giornali accartocciati nell’angolo. Lontano dalla finestra, il letto: una macchia confusa di lenzuola sporche. Accanto, la culla. Il bambino doveva stare lontano dagli spifferi. Alcune coperte di lana grezza tarlata, ammonticchiate su una sedia. Della chicaglieria lucida calava dal soffitto direttamente sulla culla. Piume, nastrini colorati e ossa volatili legate con spago.  Dentro la culla un essere deforme. Mancava un occhio, mentre l’altro bottone era intatto e vispo. La pezza era sgualcita, e dall’anca usciva una spuma di cotone. Per terra una palla sbiadita e sgonfia. Eva era bambina e vecchia allo stesso tempo. Un seno piatto e delle ruga antiche. Due forme di demenza diffuse e dalle quali si discostava con insolite capacità logiche. Mostrava quel coacervo folle di malattie bizzarre ai dottori, lo cullava amorevolmente. I medici la osservavano. Indicava il bambino nel vuoto dell’angolo, lo sorreggeva. Il piccolo andava protetto, il seme di un intera progenie. Accarezzava le braccia coperte da ecchimosi colorate, buccellati d’epidermide maleodoranti in crosta di broncio, un viso pallido e cadaverico. Cullava gli spifferi. Sola e demente.
Mai la sindrome di Polle si era miscelata alla sterilità patologica della sindrome di Turner in un quadro di così rara fenomenologia! Quale turbino di procreazione nevrastenica per la disgraziata madre di tutti pensieri! Eva si attorcigliava sul guscio del cucciolo inesistente, con le dita vibranti sfiorava la sua disperazione, con delicatezza.
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Radica

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Campo Interno (1)

Osip sentiva delle voci. La volta cerulea del cielo colava muco vegetale sull’orizzonte delle conifere. Le voci si facevano sferzanti. Accusavano utilizzando la suadente dialettica del macello. Impossibile scorgerne i corpi. La nebbia sfumava informe dal suolo madido. Il tempo passava attraverso datazioni incerte, le stagioni guaste confondevano le bestie. Osip era stato preso da un uomo senza volto. L’avevano caricato sul corvo. La carta sfrigolava come pelle. Si era accasciato nell’angolo della scocca. Gli sbalzi erano fitte, la vernice della lamiera a vivo si sbucciava scoprendo croste infiammate di ruggine. L’orecchio aveva adattato la propria disfunzione all’epoca. Prima si serviva del contorno, il poeta faceva quel che poteva rimando controcorrente. Osip ricordava che le voci avevano preso a pretesto le maldicenze di quartiere, opinioni di contrabbando nello spaccio d’un sussurro. Le voci lo sollecitavano ad un’attenzione spossante: “E’ veramente cibo quello che ti danno? Non nutrirti di quel liquame!”. Osip voltava il suo cranio verso l’ombra. Le sue larghe orecchie deformate dall’uso presso Darwin e Lamarck coglievano l’umore nelle coppe. Le voci impietose procedevano nel dettato “Quello che ti sta accadendo è reale? E’ colpa tua?!”

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Distrarsi col nulla

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Umor Vitreo (Papilla)

Il treno curvò nel buio, circondato dal nulla. Un nervo di ferro. Elettricità e umore. Scorreva lungo la curva dell’occhio, in cerchio, verso l’infinito. Una punta scura come uno spillo. Andava avanti, costante. Una fuga senza prospettive. Kaiser attendeva nello scompartimento. Le mani sulle ginocchia. Vecchi sedili di pelle maculata dal sudore, squarci. L’odore di ferro macinato penetrava dal finestrino chiuso. Un soffitto di condensa e lamiera rischiarato da una blanda luce scarlatta. Era solo, circondato da bagagli di cartone, sacchi e oggetti avvolti da giornali ingialliti, legati con spago grosso. Non erano pesanti, sembravano vuoti. Frugò le tasche, cercando il biglietto obliterato: chiavi, monetine, l’orologio fermo. Un filo di metallo si attorcigliò nel cerchio delle chiavi, come magnetizzato. Il mazzo era pesante, poche chiavi. Lo stridio dei binari rimbombava sulle paratie di legno della cabina. La luce di servizio lampeggiava, a tratti si spegneva, lasciandolo nel buio. Era assorto nelle proprie viscere, gli occhi chiusi. Sulle cosce un libro. Nella copertina qualche mollica di pane. Il locomotore ringhiava: ferraglia e lapilli. Tutt’attorno un paesaggio incolore, la campagna avvolta nel buio della nebbia. Pensieri. Il protagonista è un boccone. Vive appeso al tombolo degli eventi, spezzato dai capricci dell’umore infernale. Appuntamenti. Incontro galante fra il protagonista e la propria ombra. Per inciso: il protagonista e la sua nemesi produrranno teatrini buffi e feroci, cortesie, sotterfugi e gelosie. Un classico? Appunto! Una chiamata imprescindibile, più longeva della pulsione dei lombi, antica quanto il rombo della Creazione! Il protagonista è nel registro vocale degli indagati. Mente! Punto. Pregiudicato verbale, questi può marcarsi anche di crimini invisibili. E’ come rinchiuso in se stesso, passa il tempo risolvendosi nell’enigmistica. Allena la mente. La linea è una successione di punti. Come una catena. Non hanno una dimensione, un peso o una forma specifici. Da essi vengono tratti i simulacri. Allettano la mente. Non sempre la meta da raggiungere si congiunge in linea retta al punto di partenza. La curva docile dei ricordi conserva la rotta di una vita apparentemente spezzata. Per quali zone corrotte dell’essere debba procedere questa lezione, è capriccio, ambiguità di dei e affini. L’escursione dei punti non è scontata. Prima dell’uovo o della gallina c’era lo zibaldone! Poi vennero sogni rettili e mammelle. Le mammelle allattavano boccucce sdentate, lacerti di pelle. Il cielo era verde, dalla terra usciva il fuoco. Le lucertole si davano a ratti veloci, succhiavano le cervella dei feti, sgusciandoli con un artiglio affilato. Quadretti necrotici e familiari. L’ultimo evento notevole è stato l’occhio rinascimentale, un ventaglietto da signora sulla sezione dell’orango. Ora si procede per copie lungo giardinetti romantici! In serie e corrucciati. Pensava. La sua testa era un coacervo. Portava scarpe eleganti e logore. I suoi piedi erano paralleli come binari, marciavano nella stessa direzione. Il treno entrò in una galleria, o così sembrava. Aprì gli occhi. Erano verdi come una bottiglia. I capelli neri cadevano unti. Aveva viaggiato molto. La pelle del viso madida di fumo, zigomi scavati. Guardò verso il finestrino. Non vedeva nulla. Il vapore si attorcigliava alla brace. Mozziconi d’aria frammista a cenere raschiavano la gola. La mole del treno procedeva scomposta, imperterrita. I ganci tiravano le carrozze come vacche forsennate verso il macello. Vicino al cuscino di cortesia un quotidiano, una scatola di latta con dei tozzi di pane e pasta frolla. Le mollichine erano come attirate dal titolo del libro, invischiate nella china tipografica.
Il protagonista è un lavoratore; il lavoratore è un eroe. Sulle sue spalle screpolate montano gli scudi, la carne viene lavorata; i primi mutati in deschi, il resto in secondi. I primi saranno gli ultimi. Avanti gli avanzi di questa fausta cena!
Mandibole diroccate dal gancio. Le norme da salotto consigliano l’amaro. Il fumo salirà dai campi di battaglia, per un’ultima volta. L’uomo si distingue dalla scimmia perché porta calzoni e vi appende una scimitarra. Raccolta di rifiuti fra zona e zolla. L’uomo: io sono. La bestia suona la chitarra!
Era inquieto. Il compartimento scricchiolava sottoposto alla pressione. Posò il libro sul sedile tagliuzzato. Anche i tagli erano paralleli, nella direzione di marcia. Uscì dalla cabina.
Un corridoio deserto. Lampadine guaste, mezzo vagone completamente immerso nel buio. Le tendine nere degli altri scompartimenti, chiuse. Era vicino alla sala macchine. Un buio tiepido e denso. Non c’era nessuno. Solo i rumori delle ruote di ferro che urlavano contro i binari. Stette fermo, sperando di vedere qualcuno. Bussò presso alcune porte, ne provò delle altre. Il vetro era freddo come una lapide. Aveva dormito? Si sentiva stanco e sporco. Un cadavere. Le sferze del vento scuotevano il vagone. Il treno correva, infilzando cumuli e colline invisibili. La nebbia era compatta e nella corsa assumeva una nuova grana, come una polpa carnosa, striata e dolorante. Pulsava. Kaiser la fissava inquieto. Da quanto durava il viaggio? Le luci del corridoio lampeggiarono. Molte lampadine spente, altre coperte da una polvere umida. Per via degli scossoni variavano intensità, vibravano come fiamme. Odore di ferro. Le sferze battevano la scocca, lamiere cigolanti, il legno si contraeva nella morsa. La corsa proseguiva nella sua velocità infernale. Il banco scivolava sul treno. Le fole cominciarono a diradare l’ammasso compatto. Quante ore erano passate? Prima comparve la terra. La terra era nera e cosparsa di tumuli. S’intravedevano lembi di stagni e laghi avvinghiati alla condensa della nebbia. Dalle sponde e per tutto l’orizzonte, un’erba incolore frammista di muschi grigi. Rocce scure e articolate, antichi ruderi. Sembravano abitati. Avevano finestre nere e portici. Depositi steccati, reti e qualche animale. Vacche e cavalli. Cani. I cani erano neri come le ombre, abbaiavano e diventavano echi notturni riverberati da brandelli di luna. Le macerie si fecero più compatte. Case di malta e imposte. Fatica. Ombre piegate nei secchi. Il paesaggio, elettrizzato come una penna sulla lana, richiamava capi e fattorie. Zone di produzione, periferie. Il treno era un campo magnetico. Invece di scivolare le cose vi si appiccicavano. Kaiser fissava dal finestrino un’aurora azzurra, una sottilissima linea
orizzontale immersa fra due infiniti neri: il cielo e la terra. Comparve la stazione. Un enorme semicerchio di travi intrecciate. La calotta era di vetro. Immensa. Sfilze di tralicci, la tensione elettrica frizzava l’umidità. Un suono d’arresto, duro e violento. Era giunto a destinazione.
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Lettera a Oelze 1

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Stanza 1

Ci sono malati presunti, ombre minute appassionate alle celle che le circoscrivono, ne limitano il raggio. Il signor Periplo  era inamovibile. Studiò l’intrico delle arterie e recise le proprie gambe. Non voleva muoversi. Gli infermieri lo deridevano. La sua caparbietà aveva la mestizia di un collegiale spietato e capace. Pallido, collo sottile, qualche dente grigio, non di meno un sorriso elegante – quando rideva. Era stato il corriere di una nota ditta. Odiava muoversi, le nuove vetture, le marce. Fin da bambino, la banda del paese, le cui fila annoverava familiari e conoscenti, lo intimoriva; era come una muta rettile in diretta: la divisa scura, membrane battute, il viscere d’ottone arrotolato nelle dita. Suoni decomposti, sudori e metallo. Cresciuto e arruolato, marce militari in campagne ostili. Tutto questo alimentò l’astio per il movimento. L’ospedale aveva ricompensato quei moncherini con una sedia a rotelle e qualche libro. Si era appassionato all’anatomia, per quanto questa servisse solo a decidere dove incidere. I dottori davano voti nella farsa degli esami. Eppure anche vene, arterie e ventricoli non erano che ulteriori strade. Finiti gli studi e completate le amputazioni, il signor Periplo non volle andare più avanti, né tornare indietro. Rimanere li dove già si trovava. Gli infermieri faticavano fra orifizi e pozze. Stanza  e paziente un unico odore stantio, immobile e pesante. Gli ambienti dell’istituto erano risolutivi nello sviluppo della persona! L’aria ferma attutiva i suoni, la finestra era chiusa, fissata da chiodi grossi e cordame. Gli infermieri entravano disgustati. Immobile, la carrozzella incrostata e lui composto, a modo. Un viso di marmo gentile. Esprimeva un unica ed educata richiesta: “Lasciatemi qui, per favore.”.

L’uomo, non sapendo dove andare, sconosce qualsiasi regola sulla direzione. Quel che il signor Periplo reclamava era il diritto di perdurare fin dove poteva resistere. Non è bene andare avanti con le proprie illusioni.
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A Tavola


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Fiat Lux

Non di rado nella rete è facile reperire materiali d’archivio altrimenti inseriti nei palinsesti notturni della Rai. Recentemente, sull’onda di una promozione commemorativa, quello della vecchia 500 è sicuramente uno dei più divertenti e inquietanti allo stesso tempo. Dopo anni di negligenza stilistica la Fiat recupera il suo modello più prestigioso. Cos’è cambiato?
Nel carosello Clara e Pino hanno in sogno una automobile color latte, la moglie di Giovanni vuol fare le gite, il dottore sogna una vettura dalla ripresa scattante, non deve perder tempo agli incroci, mentre Peppino si inoltra nel boschetto con bracco e tetto scoperto. Una limousine, ed ecco, scompare, una, due, tre, quattro, cinquecento. Copula organica, famiglie su tovaglie a scacchi, circondate dai modelli fiammeggianti sul prato. Forse Clara, Pino e la famiglia di Giovanni infine sono riusciti a fare quella gita. Peppino eccitato dalla corsa trema e spara, colpisce qualcuno. Arriva il dottore come una saetta ed esce dalla borsetta lo spettroscopio. Tossisca per favore. Tutti tossiscono, espellono grumi di catrame come pallottole. La marmitta borbotta, la ferraglia unta si riscalda, emana un odore di olio bruciato. I tetti sono scoperti, il sole penetra i sedili di finta pelle, arroventandoli. Se Dio è motore immobile, il suo opposto, la scocca fin troppo mobile, frammentata in frecce e direzioni, versi, marce, non possono essere che moltitudine, quindi demoniache. Se le biciclette sono snelle figure responsabili, le macchine hanno ingombri e scarichi nefasti, pesano. L’uomo sale, mani al volante, ringhia contro i pedoni. I suoi occhi si moltiplicano negli specchietti, eppure ha una furia cieca. Dal finestrino mezzi busti, tozzi, corna e cornetti, teste di santi, gestacci e vilipendio.  . L’umano che vi si rinchiude appare terrificante, i suoi occhi si moltiplicano negli specchi, eppure si potrebbe dir di lui che è tutto fatto di furia cieca. Il finestrino spalanca mezzi busti, corna, gestacci, mentre gli occhi e le bocche si corrucciano nel vilipendio. L’auto, disse qualcuno, è acerrima nemica, ostacola il cammino verso i propri passi. Ora, per dovere di giustizia, si dovrebbe anche interpellare il cavallo, che nel giro di un secolo ha perso quanto aveva accumulato in interi millenni di assicurazioni. Il proprietario accarezza ancora la pelle, ma quella dei sedili, così come il rapporto fiduciario continua, malgrado l’aumentare degli incidenti (chissà quanti incidenti a cavallo annoveravano le cronache del passato?!). E cosa dire dei muli, già scarsamente considerati degli anni passati? V’è tutto un popolo di zoccolati inviperiti con la scocca.
Il demone possiede, cosi il guidatore lascia la cassa fuori, sale a casa, batte le flangi sul telecomando, scivolando nei canali di scolo. Davanti scorrono i titoli di testa, lui pensa alla coda, riposta e rettile in un sonno di brina gelata o garage polveroso.
Con l’avvento dell’automobile è aumentato il lembo percorribile, e a fruirne per prime sono state le industrie, poi le gite familiari. In quest’estetica laboriosa dell’alveare manca solo di poter volare (gli scienziati si sono fatti venire l’infarto per coltivare l’arioso sogno che l’uomo serba nel cuore: volare).
La strada dei cieli verso la luce. Come sarà la prossima 500. Quale sarà l’ennesimo spot?. Modello sport, alata. I nipoti di Clara e Pino succhieranno la marmitta come una polposa mammella? Ambiranno all’auto, l’autovolante.
“Volante” è il nome del comando su cui l’uomo crede di aver arbitrio, mentre non è che l’ennesimo anello da muso.

“Volante” è anche il nome decoroso e ufficiale della vettura d’ordinanza, quella che nel vicolo sgombera le ombre dei malfattori di nicchia, che propende al vilipendio signorine straniere dalla pelle nera, che ben s’accorda con gli interni dell’auto.
Il cielo, lungi dall’essere affollato (almeno in modo evidente e conturbante, visto che le scie degli aerei corrompono già la patina celeste), è una scatola che aspetta d’esser scoperta, tinta di nero nel brulichio delle vetture volanti. Volenti o no, siamo destinati a carcasse ancor più lucide (chiamatele sportive, cervella, carghi), a diventar mosche che si infastidiscono fra loro e si schiacciano insonni nel grande sogno comune del volo. La palla al centro girerà ancora, gravitando quel che cade: gli escrementi che cedono nelle nostre menti lungimiranti avranno una nuova scocca. Su questa batterà, acida, una pioggia perenne.

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